Scarlatti, genio strumentale di padre in figlio Alessandro e gli archi, Domenico e la tastiera: prova di gran brillantezza per Shek, Tchakerian, Piva, Simoncini e Lucchesini
Shek e Tchakerian al violino, Simoncini al violoncello e Piva alla viola per Alessandro Scarlatti. ...
Dopo il concerto dedicato alle tre grandi figure della letteratura musicale commemorate nei loro centenari, il programma dei concerti delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico ritorna al tema ispiratore, centrato su Napoli e la sua forza musicale. Nella prima parte della serata largo spazio quindi ad Alessandro Scarlatti padre, che a Napoli morì, era il 1725, ma nacque a Palermo, nel 1660 e al di lui figlio, Domenico, considerato a ragione il "padre" della Sonata per clavicembalo.
L'inizio è con il Concerto grosso a due violini, (tchakerian e Shek), viola (Massimo Piva) e violoncello (Luca Simoncini) di Alessandro Scarlatti. Una parentesi strumentale, questa, nella consistente mole della sua produzione operistica ma che denota una certa abilità nell'orchestrazione delle vari parti ad arco.
L'incipit è in autentico stile severo, con una intensa fuga, mentre il Largo ha una riservata serenità e l'Allemanda una forte matrice danzante. Un quadro che viene risolto con maestria nelle risoluzioni fra il virtuosismo violinistico e l'insieme del 'tutti' e dimostra come il riferimento per Scarlatti fosse quello corelliano.
Assolutamente indipendente e originale, invece, il disegno melodico, armonico e tecnico del figlio Domenico. A raccontarci le incredibili sonorità clavicembalistiche delle sue Sonate, così moderne, anche se nate a metà del Settecento, il pianista Andrea Lucchesini. Tocco di gran garbo e cangiante, attento ad ogni minima sfumatura timbrica, il musicista toscano ha evidenziato nell'offerta composita delle Sonate K. 491, 454, 239, 146, tutte le insite forze dinamiche che danno a queste pagine una spiccata brillantezza ma anche l'unicità di una creazione strumentale a sé stante. Nella struttura rigida della Sonata bipartita, Scarlatti inserisce una tale varietà di effetti timbrici, sostenuti da un virtuosismo tecnico non comune che sono risaltati grazie alla bravura espressiva e al dominio della tastiera di Lucchesini.
Una vera scoperta è stato poi Giuseppe Martucci, autore nato a Capua nel 1856 che a Napoli morì nel 1909. Si sono ascoltati i suoi tre brevi pezzi, dall'opera 67 per violino e pianoforte: Andantino con moto, Allegretto, Allegro appassionato. Brani in cui è prevalsa la linea melodica malinconica e tardoromantica, affidata in prevalenza al violino con una cantabilità spiccatamente marcata ,ma sostenuta dal pianoforte.
Quindi, a Lucchesini e tchakerian si sono uniti Piva, Simoncini, Shek per il grande quadro d'insieme del Quintetto in do maggiore op.45 del 1878. Scritto in un momento in cui Martucci stava ottenendo riconoscimenti a Milano, il Quintetto vinse il primo premio della Società del Quartetto e venne poi pubblicato a Lipsia nel 1893. Ricche le idee tematiche con il pianoforte che ha una valenza d'insieme ma anche propositiva e l'orchestrazione, con una pienezza armonica che conquista, pur richiamandosi a Brahms e ai tardo romantici francesi.
Prova corale di grande classe, con verve e incisività e molti gli applausi, anche se il pubblico era di molto inferiore a quello numerosissimo del concerto di lunedì sera.
Settimane Musicali al Teatro Olimpico - Contrà San Pietro 67, 36100 Vicenza - e-mail: info@olimpico.vicenza.it