Come oggi, anche all'epoca il confronto fra Oriente musulmano e Occidente cristiano suggeriva l'idea di uno scontro fra civiltà, alludendo - soprattutto nei melodramma seri - a conflitti, rabbia e orgoglio. Solo che il teatro d'opera aveva in qualche caso anche la capacità suprema di riderci sopra, come appunto dimostra la sequela dei Turchi che da Cocchi arriva a Rossini passando attraverso i lavori di Seydelmann, Bianchi e Martin y Soler.
In questo quadro, il ritrovato Turco di Piccinni, pur non qualificandosi come capolavoro, risulta gradevole e allineato agli stilemi e alle conquiste dell'opera buffa coeva. La versione scenica avrebbe consentito di seguire più agevolmente l'intreccio di passioni, gelosie e litigi su cui si basa la vicenda di ambientazione napoletana che ha per protagoniste due coppie: una seria (Florinda e Lucio) e una buffa (Bernardone e Carmosina) che canta in dialetto partenopeo.
L'esecuzione ha comunque reso giustizia ai pregi della partitura. Alla guida dell'Orchestra L'arte dell'arco, Federico Guglielmo ha garantito professionalità e tenuta, pur senza una particolare varietà di colori, ottenendo sul piano della concertazione vocale una adeguata resa stilistica.
Tra i giovani interpreti, non ho notato elementi di spicco, né prestazioni da analizzare in dettaglio. Tutti erano volenterosi e funzionali: Matteo Ferrara (Bernardone), Gianpiero Ruggeri (Giancola), Gabriella Colecchia (Carmosina), Krystian Adam (Fabrizio), Silvia Vajente (Claudio), Marina Batoli (Florinda) e Arianna Donadelli (Lucio).
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