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Settimane Musicali al Teatro Olimpico

15 edizione, 2 - 15 giugno 2006
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GLI AMICI DELLA MUSICA - Francesco Bertini

Un Turco rivalutato e uno ritrovato - terza parte

22/07/2009

Il finto turco ritrovato - 9 giugno 2009 - Il merito del festival vicentino, già abbondantemente elogiato nello scritto riguardante Il turco in Italia, è quello di occuparsi del repertorio sommerso, rivisto, curioso e di primizie mai rappresentate in epoca moderna. È il caso del secondo titolo proposto nell'ambito de Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, ossia Il finto Turco di Niccolò Piccinni, compositore barese stimato e conosciuto unicamente per alcune creazioni, tra le quali spicca la Cecchina su libretto di Goldoni, ed attualmente in fase di riscoperta sempre più veloce e spasmodica. Il merito della produzione, oltre che al già citato Rigon, sempre attento alle succulente novità che biblioteche come quella del conservatorio San Pietro a Majella di Napoli possono cospicuamente offrire, và al senese Bernardo Ticci, perspicace musicologo ed encomiabile autore dell'edizione critica del lavoro piccinniano, per nulla semplice da imbastire com'egli stesso ha potuto descrivere nella conferenza introduttiva svoltasi poco prima della rappresentazione. Il titolo, ovviamente non casuale, è un diretto precursore del Turco rossiniano e va ad inserirsi nel filone dell'opera napoletana che lascia ampio spazio al dialetto partenopeo, cifra caratterizzante di tre dei sette personaggi in scena. L'esecuzione in forma concertante si è dimostrata, in fin dei conti, una scelta non negativa (considerando che il teatro palladiano funziona da coreografica cornice) anzi, per una prima riproposta in tempi moderni, più che plausibile se non ideale per destare la massima concentrazione e sulla musica mai udita prima e sul libretto di Antonio Palomba steso per Gioacchino Cocchi che musicò la vicenda una decina d'anni prima, precisamente nel 1753. L'intreccio, apparentemente intricato, mescola episodi seri ad altri faceti: da un lato una giovane moglie succube dell'anziano sciocco e geloso marito, dall'altro una coppia di amanti insidiata da pretendenti volta per volta messi in difficoltà da fraintendimenti ed eventi inaspettati. Tutto si risolve per il meglio con lo scioglimento delle avversità e, come da manuale, con il finale lieto.
Trattandosi di opera comica, dunque storicamente esente dall'uso di evirati cantori, i ruoli maschili sono spesso assegnati a voci femminili; Piccinni sfrutta questo espediente per ben due personaggi, affidando i ruoli di Lucio e Claudio alla vocalità luminosa del soprano. Ed è proprio il primo dei due a dare il titolo all'opera, sostenendo la parte del cosiddetto "finto turco" e trovando in Marina Bartoli degna esecutrice; il soprano, brillante Tullio Ostilio lo scorso anno nel vivaldiano Ottone in Villa, non è parsa al proprio acme in occasione della recita vicentina pur dimostrando padronanza del proprio mezzo ed indubbio gusto nell'affrontare l'impervia scrittura belcantistica dei passaggi solistici. Arianna Donadelli, nei panni di Claudio, ha vocalità luminosa e, nonostante qualche piccolo problema d'intonazione, fa apprezzare le proprie cospicue doti canore. Il terzo soprano della serata, questa volta in abiti femminili, è l'aretina Silvia Vajente, brava interprete della contesa e corteggiata Florinda, che si destreggia tra le insenature della scrittura piccinniana con solo qualche difficoltà in zona acuta ma pregevoli intenzioni interpretative. Spicca mirabilmente il tenore Krystian Adam, Fabrizio dal canto dolce ed espressivo, mai forzato e sempre attento ed aderente al libretto.
I ruoli più vividi, simpatici e memorabili sono quelli, riuscitissimi, dei napoletani affidati a tre artisti di vero interesse. Giancola, il furbo padre di Carmosina, la giovane sposa del vignarolo Bennardone, si avvale delle fulgide doti del baritono Giampiero Ruggeri che risolve brillantemente il proprio compito senza calcare eccessivamente la mano sugli aspetti comici. Gli indubbi padroni della scena sono stati gli interpreti della coppia di novelli sposi, Bennardone e Carmosina. Il primo, marito poco perspicace e lungimirante, è stato affidato al disinvolto Matteo Ferrara il quale merita un plauso per il cospicuo lavoro svolto al fine di acquisire il personaggio, sia dal punto di vista vocale che linguistico, trattandosi di una parte interamente in napoletano. Il cantante ha dimostrato duttilità e impegno, peculiarità che gli hanno permesso di affrontare al meglio tutti gli scogli, dando risalto al buffo della situazione. La seconda, moglie scaltra e pazzerella, ha trovato in Gabriella Colecchia l'artista perfetta, vero cammeo della serata; napoletana doc, è stata in grado di valorizzare la parte con tale naturalezza e perfetta aderenza, anche fisica, nonostante la rappresentazione in forma di concerto, da aver attirato su di se tutta l'attenzione, strappando spesso risate e prolungate approvazioni finali.
Come lo scorso anno torna Federico Guglielmo alla testa della sua Orchestra L'arte dell'arco che nuovamente si impone per esecuzione agile e asciutta. Guglielmo accompagna senza perdere di vista il periodo storico durante il quale l'opera è stata composta, le voci di cui dispone (suggestiva l'entrata di Carmosina che canta sul pizzicato degli archi) ed offrendo una lettura, di questa prima mondiale, di sicuro riferimento. Certamente, dopo la riscoperta, ci sarà l'occasione di valorizzare il lavoro piccinniano con tutti i dovuti accorgimenti.


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