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Settimane Musicali al Teatro Olimpico

15 edizione, 2 - 15 giugno 2006
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IL GIORNALE DI VICENZA - Cesare Galla

Don Pasquale, farsa nella casa-museo del teatro Olimpico. Donizetti "virato" sul grottesco dalla regia di Francesco Bellotto Il cast vocale complessivamente molto buono, Regazzo in evidenza

08/06/2010

Commedia borghese e salottiera, Don Pasquale chiude la gloriosa stagione buffa dell'opera italiana di primo Ottocento, nello stesso tempo omaggio concreto e fervido alla scuola di Rossini e inedita incursione in un territorio nel quale la comicità lascia emergere un accorato disincanto. La temperie espressiva del capolavoro di Gaetano Donizetti (Parigi, 3 gennaio 1843) è infatti caratterizzata da un continuo "bipolarismo", oscillando fra sberleffo e amarezza, fra ilarità quasi astratta nella sua meccanicità (tipica lezione rossiniana) e una consapevolezza della decadenza e dell'inganno che trova accenti di una pateticità sconfinante a volte perfino nel drammatico.
La figura del vecchio gabbato e deluso nelle sue speranze sentimentali - abusato luogo comune dell'opera buffa - assume qui un rilievo del tutto nuovo perché lo spettatore viene messo di fronte non tanto e non solo agli atteggiamenti caricaturali o grotteschi che avevano fatto la fortuna del genere fino a quel momento, ma soprattutto a un personalissimo dramma psicologico, che si scatena proprio nel momento in cui il protagonista crede di avere raggiunto il suo scopo (diseredare il nipote, sposare una giovane avvenente). Da quel momento in poi, la drammaturgia si biforca decisamente: da un lato la beffa s'ingigantisce e tracima nel paradossale, dall'altro la sconfitta del protagonista diviene cupa consapevolezza di un fallimento generale.
Dopo aver affrontato per le sue Settimane Musicali due grandi capolavori mozartiani (Il flauto magico, Don Giovanni) e aver poi seguito nei suoi percorsi direttoriali la strada del comico rossiniano (Italiana in Algeri, Barbiere di Siviglia, Turco in Italia), Giovanni Battista Rigon quest'anno è passato oltre, approdando appunto a Don Pasquale, che mai prima era stato rappresentato all'Olimpico, dove le commedie borghesi e salottiere ottocentesche, musicate o meno, mai hanno avuto sede per evidenti motivi. Continua così la scelta di forzare il rapporto fra il teatro monumentale rinascimentale e il repertorio melodrammatico di tradizione; tanto più singolare se si considera che per questo genere oggi Vicenza ha ritrovato lo spazio adatto del Comunale. Ma forse si pensa che l'incompatibilità basti a creare "profumo di festival".
Come sempre nelle sue proposte, Rigon è andato anche in cerca di una versione un po' particolare dell'opera prescelta, scovando in questo caso quella in cui la parte della protagonista, Norina, è affidata a voce di mezzosoprano e non di soprano, il che aggiunge, per caratteristiche timbriche e di scrittura, un tocco di rossinismo in più alla partitura donizettiana. La prima volta che ciò accadde fu nel 1845 con la francese Pauline Viardot a Pietroburgo, ed ecco quindi anche un'occasione per celebrare questa cantante, morta giusto un secolo fa.
Don Pasquale è opera di quattro cantanti: qui erano tutti interessanti sia dal punto di vista dello stile che vocalmente e scenicamente, senza trascurare il fatto che tutti erano al debutto nei ruoli. Guidava il gruppo un fuoriclasse come Lorenzo Regazzo, certamente oggi fra i grandi bassi italiani: agile nel canto sillabato, intenso nelle aperture patetiche del terzo atto, sempre padrone della scena con scintillante sensibilità musicale e teatrale. Intorno a lui, cantanti giovani e più che promettenti: il tenore Emanuele D'Aguanno, dallo squillo educato e dal coinvolgente calore lirico; il baritono Gabriele Nani, fraseggio sciolto e in genere ben controllato; il mezzosoprano Federica Carnevale, che ha sciorinato linea di canto incisiva e un bel colore ambrato sempre omogeneo in tutte le zone della tessitura. Completava il cast, unico comprimario, il basso Yannis Vassilakis.
Alla testa dell'orchestra di Padova e del Veneto, Rigon ha concertato con esuberante partecipazione, più efficace sul lato brillante che su quello patetico o sentimentale della partitura; la sua interpretazione sottolinea in particolare il calco rossiniano da cui Donizetti ha preso le mosse, peraltro a volte esaltandolo in eccessivo peso dinamico (con conseguente squilibrio voci-orchestra) e solo sfiorando quella morbida e velata eleganza romantica che pure è componente essenziale dell'opera. Spesso portato a forzare l'emissione è parso il coro Dodecantus istruito da Marina Malavasi.
Quanto alla regia, Francesco Bellotto (con Massimo Cecchetto e Serena Rocco per le scene e con Carlos Tieppo per i costumi) ha provato a risolvere l'impasse di trovarsi ad ambientare Don Pasquale all'Olimpico trasformando l'aulico spazio - anche spiritosamente - in una sorta di casa-museo dove alcune statue pseudo-classiche femminili, ammiccanti in nudità a fatica coperte, fanno da contraltare a quelle che costellano la "frons scenae". Don Pasquale è una sorta di conservatore-restauratore devoto a Palladio (portato in effigie qua e là), tutti gli altri personaggi vivono in epoca attuale (il nipote è un rockettaro un po' "fuori" che ama vestirsi alla Tony Manero) e quindi non scrivono lettere, ma mandano Sms.
Lo spettacolo è dinamico ma troppo carico, appesantito anche dagli incessanti interventi dei mimi. In sintonia con Rigon dal podio, Bellotto accentua la sua interpretazione in chiave comica, con punte farsesche e tormentoni grotteschi (la ciambella di... salvataggio per un Don Pasquale che si vuole afflitto dalle emorroidi, salvo miracolosamente guarirne all'ultimo atto) che forse all'inizio strappano un sorriso, grazie alla leggerezza di Lorenzo Regazzo, ma ben presto diventano stucchevoli e alla fine non rendono un buon servizio a Gaetano Donizetti e al suo sorriso amaro.
Successo vivissimo all'anteprima aperta al pubblico di sabato, cui abbiamo assistito, e alla prima ieri sera, con ripetute chiamate per tutti i protagonisti. Si replica domani, mercoledì, e venerdì 11 giugno, sempre alle 20.


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