"Ultimamente mi sono estraniato dal mio mondo armeno. Volevo diventare cosmopolita". Nel 1948 l'autocritica era un genere molto praticato nell'ambiente musicale sovietico, "investito dal giro" di vite di Zdanov (ultimi fuochi dello stalinismo, vivente Stalin) come del resto ogni altro contesto artistico. Questa è di Aram Khachaturjan, che si trovava del resto in quei mesi in ottima compagnia, visto che a qualcosa di analogo erano stati costretti anche Prokofev e soprattutto Sostakovic.
Ironia vuole che al musicista caucasico (georgiano di origini armene, appunto) fosse stata mossa la temibile accusa di "formalismo" per un pezzo d'occasione dedicato al trentennale della Rivoluzione d'ottobre. Il soggetto, evidentemente, non aveva "intenerito" i censori e non era servito per ottenere la pur minima benevolenza...
Il sistema sovietico voleva un Khachaturjan aderente alle sue radici, sempre attento a recuperare le tradizioni popolari e questa in effetti era stata e dopo il '48 sarà la strada maestra di questo compositore. Lo ha dimostrato il terzo concerto cameristico delle Settimane Musicali, che non era dedicato ai "Musicisti italiani nelle capitali d'Europa", come si intitola quest'anno il festival, ma proponeva un itinerario "Da Parigi a Yerevan" di notevole interesse e con molte pagine di raro ascolto.
Due di queste, quelle conclusive, erano appunto di Khachaturjan: il giovanile Trio per clarinetto, violino e pianoforte (1932), posto a suggello della serata e preceduto dalla "Sonata-monologo" per violino solo che è invece del 1975, tre anni prima della morte del compositore.
Nell'uno e nell'altra il pensiero musicale scorre attraverso la memoria e il recupero di temi tradizionali e temi caratteristici. Un lavoro né banale né superficiale, che si articola in contesti formali di misurata efficacia, sempre nell'alternanza delle atmosfere (sognanti e trascinanti, liriche e brillanti) e che in entrambi i casi offre notevole evidenza alle caratteristiche strumentali.
La Sonata ha avuto nella violinista Sonig Tchakerian, accomunata all'autore dalle origini armene, un'interprete di profonda sensibilità, di forza espressiva duttile e comunicativa, sempre concretizzata in un suono di eloquente, magistrale ricchezza. La stessa Tchakerian ha affiancato nel Trio il clarinettista Fabrizio Meloni e il pianista Bruno Canino: eccellenti ciascuno "in proprio", ma soprattutto impeccabili nella linea di un camerismo sapiente per misura ed equilibrio, capace di illuminare la trama stilistica di questa originale composizione degli anni Trenta.
Il programma era del resto interamente novecentesco. In apertura infatti la Suite per violino, clarinetto e pianoforte del francese Dasrius Muilhaud, un autore aperto alle suggestioni dello spirito jazz, tanto da poter essere considerato, sulla sponda europea dell'Altlantico, una sorta di "corrispondente" di Gershwin.
Saltato il pezzo nuovo per pianoforte solo, commissionato all'autrice greca Athanasia Tzanou, Canino ha pensato bene di sostituirlo, sempre sulla linea del popolare, con il Tango e la Piano-Rag-Music di Igor Stravinskij, lo stesso autore proposto in solitaria da Meloni, che nei Tre Pezzo per clarinetto solo ha messo in vetrina la sua impeccabile caratura tecnica e stilistica.
Pubblico folto al teatro Olimpico, come sempre alle Settimane Musicali, e grande successo con replica del "Moderato" del Trio di Khachaturjan.
Settimane Musicali al Teatro Olimpico - Contrà San Pietro 67, 36100 Vicenza - e-mail: info@olimpico.vicenza.it