In scena dall'inizio alla fine. Mai da sola - come dev'essere in una serata di musica da camera - eppure sempre nel cuore e nella testa di ogni esecuzione, perché così volevano le musiche in programma non meno che la sua formidabile personalità artistica. A 37 anni dal primo e unico precedente (24 aprile 1973), Martha Argerich è tornata al teatro Olimpico. Poco sembra cambiato: allora, poco più che trentenne e già lanciata dalla vittoria nei più importanti concorsi del mondo (Busoni, Ginevra, Chopin a Varsavia) la pianista argentina aveva messo insieme un programmone romantico con la sonata in si minore di Listz e i Preludi di Chopin, introdotti da un po' di Bach. L'altra sera è stata protagonista assoluta del lungo e articolato "Omaggio a Schumann" con cui le Settimane Musicali hanno inaugurato la loro diciannovesima edizione.
Si è trattato di una serata a "geometria cameristica variabile", intorno al fulcro della tastiera, lungo un programma ch aveva due poli evidenti nella grande Sonata per violino e pianoforte op. 121 e nel quintetto per pianoforte e archi op. 44, ma proponeva anche altre suggestioni timbriche, d'invenzione e di sensibilità espressiva con i Cinque Pezzi op- 102 per violoncello e pianoforte e con i quattro "Märchenbilder" in cui la tastiera dialoga con la viola. A fianco della Argerich, di volta in volta, il violoncellista Enrico Bronzi, la violista Lyda Chen - che della pianista è figlia primogenita - e la violinista Sonig Tchakerian.
Quintetto a parte, il programma metteva a fuoco gli ultimi anni di Schumann, nei quali la mai sopita tensione della classicità formale si misura con una attrazione ormai psicologicamente febbrile ed esasperata per il frammento melodico, fra le seduzioni popolari e atmosfere notturne, misteriose. Lo si è colto bene nei pezzi op. 102, cui Bronzi ha apportato la propria estroversa cantabilità, la sua tensione espressiva sempre intensa, la sua ricchezza di colore; meno chiaramente nei "Märchenbilder", che hanno visto Lyda Chen proporsi con acerba personalità interpretativa, quasi timorosa nel confronto on la madre e raramente capace di trovare la naturalezza e la compiutezza espressiva nel fluire del dialogo fra le parti.
L'una e l'altra erano invece vibranti di intelligenza musicale nella magistrale interpretazione della Sonata op. 121, che ha visto Sonig Tchakerian e Martha Argerich delineare con straordinaria lucidità ed energia il corrusco affresco cameristico di questa vasta e complessa composizione. Lettura profonda, quella di queste due grandi interpreti, separate da una generazione ma accomunate dalla forza interiore di personalità artistiche di travolgente comunicatività, rispecchiate nel fatto tecnico e nella "creazione" del suono con immediatezza avvincente. Colore e calore, passione e lirismo, meditazione e sofferenza: nella cavata imperiosa e sottilmente misurata di Tchakerian, così come nel tocco duttile e di fervida eloquenza di Argerich, la Sonata schumnniana è risultata letteralmente scolpita come un capolavoro romantico sofferto e commovente.
Non altrettante superba musicalità ha caratterizzato il Quintetto op. 44, conclusione della lunga serata. Martha Argerich ha infatti "condotto" l'esecuzione con energia a tratti stentorea, chiamando gli archi a un lavoro molto difficile nella ricerca del necessario equilibrio e d un suono che rispondesse al suo, appassionatissimo e di straordinaria "presenza". L'idea interpretativa era evidente - un romanticismo fremente, volentieri portato al calor bianco - la resa è stata altalenante: alcuni momenti sono parsi rivelatori, vari passaggi erano emozionanti, ma non di rado l'irruenza dinamica e la troppo spinta tensione espressiva hanno finito per rimettere in secondo piano l'eleganza della trama timbrica disegnata da Schumann, la presenza autonoma e quasi concertante di ogni parte, il miracoloso equilibrio dell'insieme.
L'Olimpico era gremito, il successo è stato trionfale.
Settimane Musicali al Teatro Olimpico - Contrà San Pietro 67, 36100 Vicenza - e-mail: info@olimpico.vicenza.it