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Settimane Musicali al Teatro Olimpico

15 edizione, 2 - 15 giugno 2006
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IL GIORNALE DI VICENZA Cesare Galla, 14 giugno 2006

Quintetti a Vienna. Spirito cameristico di Mozart e Brahms.

14/06/2006

La quintessenza dello spirito cameristico, il sofisticato e puro gioco strumentale all'interno di una stessa "famiglia", quella degli archi, era al centro del terzo concerto delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico. E anche, nel raffinatissimo programma della serata, al centro dell'attenzione stava il senso stesso di un fare musica che si può chiamare viennese, avvertendo però che il termine non è solo e tanto "geografico", ma riassume un'epoca e una civiltà uniche ed irripetibili.
Quintetti a Vienna, dunque, fra Mozart e Brahms, a distanza di un secolo quasi esatto (99 anni, per la precisione, dal 1791 al 1890). Opere di tardo stile entrambe; e anche opere ultime in questo genere per tutti e due i compositori. Capolavori dalla comune temperie espressiva improntata alla chiarezza, alla limpida dolcezza della melodia, a un pensiero sereno o rasserenato che non si può nascondere al nostro sentire un'indicibile malinconia, eppure la ricompone nel senso del più puro classicismo "spirituale", nella perfezione struggente della forma.
A pochi mesi dalla morte, nell'aprile 1791, Mozart tornava al Quintetto con due violini due viole e un violoncello con approccio molto diverso da quello con cui aveva consegnatro all'umanità, qualche anno prima, i due sconvolgenti capolavori K 515 e K 516. L'inquietante tensione interiore di allora (specie in K 516, nella fatale tonalità di Sol minore) lascia in K 614 il posto a una trasognata eleganza, a un rigore formale complesso e ricco di suggestioni anche dotte nel contrappuntistico intreccio di parti. La semplicità solo apparente dell'eloquio è in realtà frutto di un complesso gioco in equilibrio fra le cinque parti, secondo un dialogare composto e profondo che indaga i timbri con sottile efficacia.
Un secolo più tardi, Brahms era convinto di scrivere con il Quintetto op 111 la sua ultima opera in assoluto. Non sarebbe stato così: la composizione era semplicemente l'attuazione di quella disciplina "binaria" in base alla quale per molti generi di composizione cameristica l'autore tedesco aveva dato vita a coppie di composizioni (così per i Sestetti, per le Sonate con violoncello e con clarinetto, per i trii con strumento a fiato...). L'equilibrio di evidente aspirazione classica nella forma si combina qui con una dolcezza di ispirazione melodica assolutamente affascinante. L'invenzione sgorga impetuosa specialmente nei primi tre movimenti e anche se l'impronta generale è solare, "primaverile" come è stato detto, in realtà circola qui una sensibilità più complessa, secondo quello stile morbido e riflessivo, anticipatore di sottigliezze "floreali", che è cifra tipica dell'ultimo Brahms.
Ne è parso ben conscio il quintetto riunito dalle Settimane, che affiancava ai violini di Sonig Tchakerian e Gabrielle Shek le viole di Danilo Rossi e Davide Zaltron e il violoncello di Enrico Dindo. L'esecuzione, sempre di altissimo lignaggio strumentale e di sapiente equilibrio, è stata infatti caratterizzata da un fraseggio interiorizzato e fluido, dalla ricerca delle sfumature dinamiche più eloquenti, da un'eloquenza composta e attenta piuttosto a svelare i tesori racchiusi nell'intreccio delle parti che non ad esaltare la complessità generale della costruzione. Interpretazione di analitica, sorvegliata eleganza: la stessa riservata all'iniziale Mozart, con ottima disposizione stilistica e accurata definizione timbrica e soprattutto con intima e naturalissima partecipazione al sofisticato gioco della musica d'insieme.
Pubblico molto folto, al Teatro Olimpico, e accoglienze entusiastiche.


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